Coesione territoriale: un Paese unito dalla cultura del bene comune

Nord e Sud non devono essere mondi separati. Ho imparato dal Giappone come infrastrutture efficienti e incentivi mirati bilancino sviluppo e identità locale. Coesione significa anche, e soprattutto, coesione sociale: la base di tutto è la cultura della collettività, da trasmettere già ai bambini nelle scuole. Le istituzioni devono “guardare alle radici”, investire nella formazione dei giovanissimi, coinvolgendo loro e i genitori nella cura del territorio, delle scuole, delle strade. Nessun progresso dura se non è la società a funzionare per prima.

Nel 2016, a pochi mesi di distanza, i terremoti hanno devastato Kumamoto in Giappone e l’Italia centrale. Oltre ad occuparmi di quella che è stata la più grande raccolta privata di donazioni collettive inviate in Italia dal Giappone, con il progetto “Food valley” di Aso ho contribuito a risollevare l’economia delle aree colpite, riconvertendo parte della loro produzione in prodotti nati dalla collaborazione con imprese italiane.
Nel 2020, nel pieno della pandemia, ho lanciato il progetto “Kimonissimo” che, unendo le antiche tecniche di produzione tessile giapponese col design italiano, ha contribuito a rilanciare un territorio e una tecnica patrimonio UNESCO, salvando anche molte piccole aziende locali vicine alla chiusura.
Sono solo piccoli esempi di come è possibile incidere con risultati concreti ed effetti positivi per le persone grazie alla cooperazione.