Il Giappone, un arcipelago con poche risorse naturali e 125 milioni di abitanti da sostenere, ha fatto già da tempo della sicurezza alimentare una questione di sicurezza nazionale. Vivendo tra Tokyo e Fukuoka per anni, a contatto diretto con imprese e istituzioni grazie al ruolo in Japan Italy Economic Federation, ho visto come questo Paese abbia avviato un percorso col fine di trasformare i propri limiti in opportunità, offrendo lezioni preziose anche per l’Italia. Alla luce delle sue ultime leggi e delle sinergie pubblico-private, il Giappone dimostra che autosufficienza e sicurezza alimentare sono obiettivi strategici, non solo tecnici.
A partire dal disastro di Fukushima del 2011, il Giappone ha anzitutto rafforzato i controlli sulla produzione e distribuzione di prodotti alimentari. La Food Sanitation Law (aggiornata nel 2018, implementata nel 2021) impone standard rigorosi di igiene e tracciabilità, con piani HACCP obbligatori per produttori e importatori. I risultati sono evidenti: nel 2022, il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare (MHLW) ha registrato 1.012 incidenti alimentari, contro i 1.500 del 2010. La legge fissa limiti massimi di tolleranza (MRL) per oltre 800 sostanze chimiche, garantendo cibo sicuro, sia per quello locale che per quello importato.
L’autosufficienza è divenuta una priorità
Con un tasso calorico del 37% (MAFF, 2023), il Giappone dipende ancora per il 63% dalle importazioni. Il Basic Plan for Food, Agriculture and Rural Areas (2020-2030) ha fissato l’obiettivo del 45% entro il 2030, stanziando 1,2 trilioni di yen (circa 8 miliardi di euro) in tecnologie come serre idroponiche e agricoltura di precisione. A Fukuoka ho visitato impianti che producono ortaggi in spazi minimi, un modello per le nostre periferie. Grandi gruppi industriali come Kubota e Panasonic hanno sviluppato sensori e macchinari in grado di ridurre del 20% l’uso di acqua e fertilizzanti (JETRO, 2022).
Il Food Security Reinforcement Act del 2022, che risente del clima generato dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, affronta la vulnerabilità di un Paese che importa l’86% del grano e il 75% della soia (MAFF, 2023). Con 500 miliardi di yen (3,3 miliardi di euro), la legge potenzia riserve strategiche di riso, soia e grano, e offre sussidi e sgravi fiscali agli agricoltori per coltivare queste colture, meno redditizie del riso. Introduce anche programmi di formazione per giovani agricoltori, contrastando un’età media di 67 anni nel settore, e finanzia tecnologie come i geni BNI del JIRCAS, che dimezzano i fertilizzanti nel grano. La strategia diversifica le fonti di approvvigionamento, riducendo la dipendenza da Stati Uniti e Cina, e affronta la scarsità di terra (4,4 milioni di ettari) e la crisi dei fertilizzanti, con l’80% importato e un aumento dei costi del 30% nel 2022. Nel 2023, il rilascio controllato di scorte di riso ha stabilizzato i prezzi, dimostrando il puro pragmatismo alla base degli interventi normativi degli ultimi governi.
La sicurezza nazionale è questione di cibo
Il Giappone produce 8,5 milioni di tonnellate di riso all’anno (pari al 97% proprio del fabbisogno), ma terreni limitati, eventi climatici estremi e il calo del numero degli agricoltori (1,6 milioni nel 2023) rendono l’agricoltura nel suo complesso molto fragile. Le recenti leggi puntano a trasformare questa debolezza in forza, trattando il cibo come risorsa geopolitica. L’Italia, che importa il 40% delle calorie, può ispirarsi a questo modello: adottare alcune delle misure sulla tracciabilità giapponese per le proprie eccellenze; investire in tecnologie sostenibili ad uso delle PMI; rigenerare territori con colture intensive ma ecologiche. Il Giappone insegna che la sicurezza alimentare è sovranità, e un’Italia, col suo immenso patrimonio agricolo, che punti ad essere un attore “globale” non può che partire da qui.
La sicurezza alimentare non è solo qualità del cibo, ma sovranità. Un’Italia connessa al mondo deve partire da qui.