L’Italia è un Paese straordinario, un mosaico di storia, cultura e ingegno che ha plasmato il mondo per secoli. Eppure, oggi, in un’epoca di sfide globali – dal cambiamento climatico alla competizione economica, dalla transizione digitale alla crisi demografica – ci ritroviamo chiusi su noi stessi, insicuri e sfiduciati, col rischio di perdere di vista il quadro più ampio. Dopo anni vissuti tra Italia e Giappone, lavorando per costruire ponti e opportunita`, ho maturato una convinzione: il futuro dell’Italia non può essere solo italiano. Ha bisogno di una visione globale.
Non si tratta di inseguire mode o di copiare modelli stranieri, ma di imparare dalle esperienze altrui per valorizzare ciò che ci rende unici. Prendiamo il Giappone, un Paese che ho avuto il privilegio di conoscere a fondo. Con una popolazione che invecchia e risorse naturali limitate, ha puntato su innovazione, disciplina e sostenibilità per rimanere una potenza economica. Le sue città, come Tokyo, combinano efficienza tecnologica e rispetto per l’ambiente in un modo che potrebbe ispirare le nostre periferie. Il Giappone, ovviamente, non è la risposta a tutto: la sua rigidità culturale, per esempio, è un limite che l’Italia, con la sua creatività e flessibilità, può superare.
L’Italia ha bisogno di una visione che guardi oltre i propri confini, ma che parta dalle sue radici. Penso a un’agricoltura che non solo produca eccellenze, ma diventi un modello di autosufficienza alimentare. Penso a città rigenerate, dove le periferie non siano dormitori ma poli di innovazione, con spazi verdi e servizi accessibili – un’idea che ho visto funzionare e che potrebbe letteralmente trasformare Roma. Penso a un’industria che non tema la competizione globale, ma la affronti con la nostra capacità di fare rete, unendo le piccole imprese in filiere virtuose.
Questa visione globale non è un lusso, è una necessità. La pandemia ci ha insegnato che i problemi non rispettano le frontiere: dall’inquinamento alla crisi migratoria. Non possiamo più permetterci di ragionare solo in piccolo. Serve un’Italia che parli al mondo, non solo a sé stessa.
Da presidente della Japan Italy Economic Federation ho visto cosa significa costruire collaborazioni concrete: il Forum Italia-Giappone, che ho fondato, ha generato milioni di euro in investimenti e scambi culturali, dimostrando che il dialogo tra nazioni può portare risultati tangibili. Eppure questo è solo un punto di partenza. L’Italia deve ambire a essere un attore globale, non solo un partner commerciale. Deve proporre soluzioni, non solo reagire.
Per farlo, servono tre cose: pragmatismo, coraggio e una leadership capace di guardare lontano. Non basta amministrare l’esistente; dobbiamo progettare il domani. Dopo anni di esperienza internazionale, sono tornato a Roma con una missione: portare il mio contributo a un’Italia che non si accontenti di sopravvivere, ma che torni a guidare. Una nazione che unisca la sua anima creativa a una mentalità globale, trasformando le sfide in opportunità.
Perché l’Italia non è solo un Paese da difendere. È un’idea da rilanciare.